L’amore è responsabilità di un io verso un tu

24.11.2020

Ci sono tre domande fondamentali che ci interpellano, così come ci ricorda Martin Buber: "Sappi da dove vieni, dove vai e davanti a chi dovrai un giorno rendere conto". L'uomo del Novecento invece ha preferito riempire il "vuoto" delle risposte con la violenza e il dominio pur avendo conosciuto le sue potenzialità più alte, come le conquiste sociali, i diritti dell'uomo, il progresso tecnologico, le scoperte per migliorare la qualità della vita, etc.Quest'uomo ha perso la direzione e si è reso sordo alla domanda "Dove sei?". Adamo si nasconde "per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita", afferma Buber evidenziando come il nascondersi dell'uomo a Dio porta inevitabilmente al nascondimento di se stessi.
Per dirigersi verso il bene, verso Dio, secondo il proprio cammino, è necessario conoscere il proprio essere, "la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale".
Ma l'uomo oggi sembra essersi smarrito. Chiuso nell'illusione di un'onnipotenza, stordito da droghe di pseudo-verità, egli si pone di fronte alla realtà e al mondo in modo del tutto irreale dando spazio a una fantasia perversa. L'uomo vaga senza meta, costruendo tende (e non case) - o meglio, Buber dice che è come se vivesse in aperta campagna senza nemmeno i quattro picchetti per innalzare una tenda - ove vivere nel mondo in modo irreale e "estraniato". Non si pone in ricerca. Così l'esasperazione dell'individualismo da una parte e la solitudine dall'altra, hanno ammorbato l'umanità con processi di disumanizzazione che trasformano l'uomo sempre più in qualcosa di mostruoso.
La condizione dell'uomo, che è complessa, produce quella storia - dalla piccola alla grande - che necessita sempre di essere capita, reinterpretata e redenta. Non c'è storia senza l'uomo, non quello astratto, irreale, ma l'uomo concreto che cerca di affermarsi nella quotidianità del suo vissuto e lo fa non da solo, ma nella relazione con gli altri - nelle parole fondamentali delle coppie io-tu, io-esso. I grandi movimenti o le grandi strutture dipendono da questo uomo segnato dall'istinto del male e del bene in un ciclo continuo della storia dove l'uomo è chiamato a fare scelte. Il luogo della direzione non è astratto e non è intimistico, il compimento della propria esistenza avviene nel mondo e precisamente "là dove ci si trova". Buber ci presenta una visione non frammentaria ma "intera" dell'esistenza dove gli avvenimenti non vanno attribuiti a fattori esterni all'uomo, ma segnati invece dalle sue scelte compiute a seconda della direzione o non-direzione. Per questo l'uomo è chiamato alla responsabilità.
È nel mondo che si gioca la sua e l'altrui santificazione: "chi va verso il mondo, va verso Dio", afferma Buber. Si è presenti nel mondo e nella relazione (io-tu) segnata dall'amore: "Per chi sta nell'amore e in esso guarda, gli uomini si liberano dal groviglio dell'ingranaggio; i buoni e i cattivi, i savi e i folli, i belli e i brutti, l'uno dopo l'altro diventano per lui reali, diventano un tu, cioè un essere liberato, fuori dal comune, unico ed esistente di fronte a lui. In modo meraviglioso sorge, di volta in volta, l'esclusività - e così l'uomo può operare, aiutare, guarire, educare, sollevare, redimere. L'amore è responsabilità di un io verso un tu". Qui non si tratta di mero sentimentalismo, l'amore è per Buber una realtà ontologica, è qualcosa che realmente accade nello spazio tra l'io e il tu.

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