"Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta" (Socrate)

Porre domande. Interrogarsi. Mettersi in discussione. Chiedersi che cosa significa vivere una vita buona... Ricercare. "Sapere di non sapere". Discutere razionalmente.

Multiculturalità, inclusione e accoglienza. Sono i tre pilastri della sfida educativa proposta dal MIUR attraverso i nuovi "Orientamenti Interculturali. Idee e proposte per l'integrazione di alunne e alunni provenienti da contesti migratori" (marzo 2022), elaborato dall'Osservatorio nazionale per l'integrazione degli alunni stranieri e per l'educazione interculturale, organismo con compiti propositivi e di consultazione, del Ministero dell'istruzione, "in cui sono declinate possibili modalità organizzative delle scuole - come si legge nell'incipit - e al contempo fornite indicazioni operative, in considerazione dei cambiamenti avvenuti nel paesaggio multiculturale della scuola italiana negli ultimi dieci anni".

E' interessante constatare come nel documento si evidenzia l'importanza di un passaggio culturale a partire dal linguaggio utilizzato negli ambienti accademici ed europei "alunni con background migratorio" anche se non di facile diffusione, e si sottolinea come sia inappropriato parlare ancora oggi di "alunni stranieri o alunni con cittadinanza non italiana".

Passaggi questi che potrebbero favorire un ulteriore dibattito -ancora non risolto in Italia- sullo ius soli. Ed è questa provocazione che vogliamo accogliere tra le righe per riflettere e dialogare sui possibili percorsi attuativi di una nuova storia umana da costruire. Se abbiamo maturato la consapevolezza del nostro essere cittadini del mondo, dovremmo anche essere convinti, come concreta svolta di questa presa di coscienza, che nascere in un determinato territorio comporta l'essere soggetti a quel tipo di giurisdizione (ius soli). Pensiamo, ad es. al XIV emendamento della costituzione statunitense, che applica lo ius soli in modo automatico.

Non si realizza in questo modo una accoglienza e inclusione "naturale" della persona, in un clima e in un contesto naturalmente multiculturale?!

Sembra comunque che a battere nuovi sentieri innovativi sia ancora la scuola dal basso, se si pensa a insegnanti e dirigenti scolastici che in "mondo autonomo" (come si legge nel documento a pag. 15) hanno scelto per i loro istituti "fortemente connotati da multiculturalità e multilinguismo, la denominazione di scuole internazionali".

Ma il linguaggio deve poi sposarsi con un nuovo modello educativo-didattico. Reimpostare l'attività (e a beneficiarne sono tutti gli alunni) e la formazione del giovane uomo/donnna-cittadino/a. Ripensare e reimpostare, ad es., le attività in modo interdisciplinare a partire dall'organizzazione e dall'orario delle attività, dagli spazi nonché da un "plurilinguismo" esperito realmente. Ma mi fermo qui. Solo un accenno, nella speranza che si crei un Osservatorio delle buone pratiche che favorisca anche sperimentazioni da divulgare.

Ma il documento e le indicazioni ministeriali che "spingono" a formare cittadini cosmopoliti in un'ottica di grande libertà ed apertura, non è una novità. E' da diversi anni che la Scuola italiana promuove e offre indicazioni per una nuova cultura (La via italiana per la scuola interculturale, 2007; Linee guida per l''accoglienza e l'integrazione degli alunni stranieri, 2006 e 2014; Diversi da chi?, 2015), ma in questo momento storico -sofferente a causa della fuga dall'Ucraina di famiglie nonché di bambine e bambini che arrivano nel nostro Paese, il documento appare sotto una luce nuova.

A ragione il Ministro Bianchi afferma: "Essere cittadini deve voler dire saper rispettare e valorizzare la diversità, essere solidali, vedere nello scambio e nell'interazione una fonte di arricchimento. Possiamo potenziare il lavoro delle nostre comunità scolastiche in tal senso grazie all'Educazione civica. Ma dobbiamo impegnarci anche a collaborare sempre più con i territori, le associazioni, le famiglie, tutti i soggetti coinvolti, per far sì che ogni bambino e ragazzo che arriva nel nostro Paese possa trovare tra i banchi una formazione qualificata, un orientamento al futuro, una rete di relazioni".

L'auspicio dunque è quello di lavorare in sinergia con tutte le agenzie educative, con le istituzioni e con scelte giuridiche che ratificano di fatto i cambiamenti di una comunità. Solo così faremo maturare e radicare quel senso di appartenenza alla propria realtà dove si vive che favorisce, come conseguenza, la cittadinanza attiva, con la piena consapevolezza di essere accolti e voluti e dunque si creerebbe quel terreno fertile per favorire poi ogni educazioni ed ogni sensibilità, come auspicate nel documento... ma i processi culturali (e le idee da accogliere) si sa, hanno i loro tempi!!!

Nel 2000 sono stati adottati gli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) per il 2015, e sulla base di questi obiettivi poi, nello stesso anno (2015) 193 Paesi membri dell'ONU hanno sottoscritto l'Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile. Dei 17, il quinto obiettivo è dedicato alla "Parità di genere".

Il titolo del presente articolo (autodeterminazione) si rifà alla traduzione della Confederazione svizzera

(https://www.eda.admin.ch/agenda2030/it/home/agenda-2030/die-17-ziele-fuer-eine-nachhaltige-entwicklung/ziel-5-geschlechtergleichstellung-erreichen-und-alle-frauen.html) che nel presentare l'obiettivo scrive: "Le disparità di genere costituiscono uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo (...) L'obiettivo 5 mira a ottenere la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l'eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (...) e l'uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione".

Non mi soffermerò sul concetto di "autodeterminazione" che tradotto con un linguaggio accessibile ai più, è la libertà di scelta esercitata da ogni individuo, come chiarisce la filosofa Marta Nussbaum.

Il presente articolo vuole offrire al lettore domande, riferimenti e provocazioni, suggerite da testimonianze che tentano di spezzare le catene della disuguaglianza.

Partiamo dalle domande. Come mai in questo millennio abbiamo ancora la necessità di dover inserire "negli obiettivi" il diritto e il riconoscimento dell'altro (nello specifico la donna) come persona? Perché considerare (forse è meglio dire trattare) le donne, l'ala debole della società? Chi le rende tali e perché? Ma queste "regalie" -scelte invocate che non diventano mai sistema-, altrimenti detti riconoscimenti più o meno formali e che si rinnovano e poi decadono, a quale struttura culturale appartengono?

Le azioni di sensibilizzazione e occasioni per riflettere sul tema nel mondo della scuola sono numerose. Ai docenti viene chiesto, in sintesi, di avere un approccio sensibile alle differenze, come ad es. valorizzare la presenza delle donne nei grandi processi storici e sociali, il loro contributo al progresso delle scienze e delle arti...e non manca materiale a riguardo.

Interessante il portale dedicato a cura del Miur: https://www.noisiamopari.it/site/it/home-page/, come pure le Linee guida che il Miur ha indirizzato alle Istituzioni scolastiche per l'attuazione del comma 16 dell'art. 1 della L. 107/2015: Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione

https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Linee+guida+Comma16+finale.pdf/

Altra attenzione del Miur è alla violenza di genere nell'epoca dei social: https://www.generazioniconnesse.it/site/it/2020/06/03/violenza-online-forme-caratteristiche-incidenza-e-strumenti-di-prevenzione-/

Inoltre ricco di riferimenti è il link di Indire: https://www.indire.it/progetto/gender-school/la-normativa/

Spunti vengono anche dalle Linee guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur:

https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Linee_Guida_+per_l_uso_del_genere_nel_linguaggio_amministrativo_del_MIUR_2018.pdf/3c8dfbef-4dfd-475a-8a29-5adc0d7376d8?version=1.0&t=1520428640228

Dunque, se abbiamo bisogno di parlare e "rivendicare" i diritti della donna vuol dire che resiste ancora "il primo animale domestico dell'uomo", come ebbe a dire ironicamente la socialista Anna Kuliscioff.

Noi occidentali abbiamo un debito nei confronti dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese. Proprio dagli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità ha preso avvio quella presa di coscienza dell'essere persone con pari dignità. Nella "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina" Olympe de Gouges (1748-1793) parafrasando in modo critico la Dichiarazione dell'uomo e del cittadino evidenzia come la Rivoluzione avesse dimenticato le donne e i suoi diritti, pur proclamandone i principi. Olympe scrive: "La donna nasce libera e ha uguali diritti all'uomo", riscrivendo così la Dichiarazione al femminile. Aveva affermato che in quanto donna e per le sue opinioni se poteva esercitare "il diritto di salire al patibolo" allora doveva avere anche quello di "salire alla tribuna". Ovviamente questa sua libertà le fece perdere la testa, e non in senso metaforico perché fu ghigliottinata nel 1793.

Di "Rivendicazione dei diritti della donna" scriverà l'illuminista britannica Mary Wollstonecraft (1759-1797).

E tra le tante figure cito Elisabeth Cady Stanton e la Convenzione di Seneca Falls con il riconoscimento dei diritti civili e sociali femminili.

Virginia Woolf con l'uccisione dell'angelo del focolare. Simone de Beauvoir, libertà e scelta, quale atto umano per eccellenza per progettare la propria esistenza. Luce Irigaray e il pensiero della differenza sessuale fino ad arrivare ai nostri giorni con Adriana Cavarero e il rifiuto di un linguaggio monistico maschile; con Luisa Muraro e l'importanza di creare nuove modalità di convivenza civile dove uomini e donne vivono in relazione favorendo scambi fondati sull'apertura all'altro e sul valore della differenza.

Cosa dire? Rinnoviamo, ancora una volta e una volta ancora, l'autodeterminazione della donna, nel nome di quelle tantissime che hanno fatto della loro vita una bandiera vivente di libertà.

       A una logica cosiddetta del panierino calato dall'alto con dentro tutte le risposte-risorse ai bisogni e alle necessità - logica di un passato sodalizio Stato-società - negli anni Novanta è stato "rispolverato" (si fa per dire) quel diktat aristotelico, rivisitato poi da Tommaso d'Aquino e tanto caro alla Dottrina sociale della Chiesa, che è il principio di sussidiarietà. Un principio che dopo il Trattato di Mastricht, è stato assunto, con la riforma del Titolo V (legge cost. n. 3 del 2001) ad abito costituzionale nel nostro Paese tra sussidiarietà verticale (aiuti dall'alto verso il basso) e orizzontale (cooperazione tra pari). E se quella verticale è stata subito recepita, quella orizzontale (nota come decentramento amministrativo -art.5 della Costituzione) ha avuto un decollo più lento. In questo processo ventennale si viene a trovare anche la Scuola (L. 241/90 e relativo DPR 275 del '99) con la sua autonomia che ne modifica la struttura stessa -si pensi alla personalità giuridica della Scuola; alla qualifica dirigenziale del capo d'Istituto e del Segretario (DS e DSGA), al dimensionamento delle istituzioni scolastiche... ma man mano l'autonomia si è affermata fino ad arrivare ad oggi con toni di maggiore consapevolezza nella traduzione "attuativa" dei Patti educativi.

La chiave dunque che apre la porta ai Patti educativi è quella dell'Autonomia che se vede da una parte le istituzioni scolastiche "libere" di proporsi (nell'offerta formativa -PTOF), dall'altra si registra una maggiore presa di coscienza di essere Scuola radicata in un determinato territorio invitata a divenire attenta lettrice dei bisogni della comunità di appartenenza, non più "chiusa e arroccata" dunque nelle sue "mansioni" di routine, ma alleata capace di promuovere benessere e sviluppo culturale-economico. In questo modo coopera con enti, istituzioni e associazioni per un processo di crescita del territorio (cfr. L. 8/11/2000, n. 328). In un certo senso la Scuola educa alla formazione della persona e del cittadino nell'oggi, ma attraverso una pianificazione e progettazione che porta ad una costruzione armonica del domani. E' un "sapere" che viene orientato dalla realtà e si traduce in scelte attuative di cambiamento e rinnovamento (come da Costituzione, si veda gli artt. 2, 43, 118). Un patto educativo che parte dalla micro-comunità familiare per allargarsi all'intero territorio. Diventa (la Scuola), in sintesi, essa stessa risorsa del e per il territorio.

Apice di questo processo è stata la L. 107 del 2015 (la Buona scuola) che ha ampliato e ribadito la "forza dell'autonomia", si pensi alle "reti di ambito" (accordi di ambito e accordi di scopo) che contempla la Scuola come "Comunità di rete", "soggetto giuridico" che trova nella cooperazione-collaborazione lo "strumento" per progettare insieme, gestire le criticità insieme, governare le problematicità insieme; e nella rete non ci sono solo le scuole ma confluiscono istituzioni ed enti locali, aziende, associazioni, soggetti privati (aspetto introdotto dalla 107/2015). E' la nouvelle e la tanto nominata nuova governance delle Istituzioni scolastiche. Forse sarà anche per questo "spirito" normativo che la nota ministeriale relativa al Piano Scuola Estate 2021 definiva tale Piano "Un ponte per il nuovo inizio". E nell'intento ci sono proprio i "Patti educativi di comunità", introdotti dal MIUR proprio con l'obiettivo di, fatte le dovute alleanze, prevenire, combattere la povertà educativa e la dispersione scolastica.

Una scommessa che si gioca proprio sulla capacità di fare rete sul territorio. Ma chi è che contribuisce ad animare e ad attuare questi patti? Nella scelta delle numerose potenziali attività laboratoriali quale reale protagonismo-coinvolgimento degli alunni con i loro bisogni, unicità, creatività e competenze? Ancora. Quale è la "parte" dei docenti? E' una volontà calata dall'alto o "votata" più o meno con intento delegante durante un Collegio? Se il territorio è il luogo che ci appartiene come si concilia con quei tanti (sempre più troppi) docenti che lavorano fuori sede? Cosa ci si può aspettare da chi non si sente (e forse non è) "parte" integrante di una comunità e di un territorio nel vissuto "quotidiano"? C'è un'autentica inclusione dei docenti nei vari processi di co-progettazione e co-gestione? Inoltre la fatica a far partire il "nuovo inizio" è dovuta ad una mobilità immobile? La DAD non era una risorsa "scoperta" per favorire l'inclusione di quegli alunni borderline? Forse andrebbe ripensato "il basso", dopotutto il principio di sussidiarietà non è la molla di un'autonomia sempre più proclamata e desiderata?!

Nel voler tradurre con un'espressione che meglio esplicita l'anima dell'inclusione - insieme a quelle della Dichiarazione di Salamanca del 1994: "Una scuola per tutti" - prendo in prestito le parole di Adolf Ratzka "...

Proprio come tutti, noi abbiamo bisogno di farci carico della nostra vita, pensare e parlare per noi". E se consideriamo che le parole sono la casa dell'essere, come insegna Heidegger, il termine inclusione è rivoluzionario ed esplosivo proprio per la sua portata culturale che, ahimé, "scoperchia" e mette a nudo una carenza, nelle nostre realtà e nei nostri vissuti quotidiani, dell'autonomia e della libertà di scelta. E se ben compreso, ci rendiamo altresì conto che il cammino è davvero molto, ma molto lungo, e non solo in ambito scolastico -e non potrebbe essere diversamente perché la scuola è uno dei "luoghi" della vita sociale. Ed è per questo che "E' dovere dei governi e delle comunità rimuovere le barriere e gli ostacoli che impediscono l'inclusione scolastica e sociale, come si legge nel Dizionario di pedagogia speciale nel richiamare l'imperativo morale relativo all'inclusione di Stainback-Stainback.... E ciò veniva affermato già trent'anni fa!!!!

Quindi siamo ben contenti di ri-partire da un Decreto legislativo (n. 66/2017, decreto attuativo della L.107/2015) purché esso non venga "letto e interpretato" come un assolvimento di nuovi adempimenti più o meno burocratici "per avere le carte a posto" (il D.Lg 66 prevede, tra le novità, che dopo l'accertamento della disabilità si passi al Profilo di funzionamento (secondo i criteri del modello biopsicosociale della CIF) per la predisposizione del PEI (ricomprende il DF e il PDF) predisposto dall'unità di valutazione multidisciplinare con la collaborazione dei genitori della bambina/o, della studentessa-studente con disabilità, con la partecipazione di un rappresentante dell'amministrazione scolastica -individuato tra i docenti-).

Quello che non deve mancare è l'essenza, è lo spirito che anima il concetto di inclusione: l'autodeterminazione! Riferimento chiaro e immediato lo si trova all'art. 1 del D.Lg 66/2017 che recita: "...l'inclusione scolastica si realizza attraverso strategie educative e didattiche finalizzate allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno nel rispetto del diritto all'autodeterminazione e all'accomodamento ragionevole, nella prospettiva della migliore qualità di vita". Con altre parole è quanto già affermava Adolf Ratzka (che ha dato vita al Movimento per la Vita indipendente) negli anni Settanta: "Vita indipendente non significa che non abbiamo bisogno di nessuno, ...[ma]... che noi vogliamo esercitare il medesimo controllo e fare le medesime scelte nella vita di tutti i giorni che i nostri fratelli e sorelle non disabili, vicini ed amici danno per scontati. Noi vogliamo crescere nelle nostre famiglie, andare nelle scuole della nostra zona, usare lo stesso bus, fare lavori che siano in linea con la nostra educazione e le nostre capacità. Di più, proprio come tutti, noi abbiamo bisogno di farci carico della nostra vita, pensare e parlare per noi".

Di seguito propongo altri due rifermenti "chiave", a mio giudizio, che hanno avviato e contribuiscono alla costruzione di una cultura inclusiva quale fondamento dei diritti umani, come recita la Convenzione ONU del 2006: la già citata Dichiarazione di Salamanca (UNESCO, 1994) dove il termine inclusione è stato ufficializzato per la prima volta in ambito educativo e riconosciuto a livello internazionale. Qui la "diversità" viene dichiarata un valore in sé e riconosciuta nella scuola per tutti cioè nella partecipazione di tutti i bambini alla scuola comune. Una tappa, quella di Salamanca, di un cammino verso l'inclusione avviato già negli anni Ottanta con le politiche di integrazione (L. 517/77, a seguito del documento Falcucci del '75) di cui essere fieri in quanto Paese precursore. Certo è che con la L. 59/97 e il DPR 275/99 sulla scuola dell'autonomia, veniva interpellata quella "creatività" propria delle comunità scolastiche autonome per l'attuazione e la promozione dei diritti della persona: valorizzare la diversità; promuovere la potenzialità di ciascuno; iniziative per il successo formativo; flessibilità; recupero e sostegno. E questo circa vent'anni fa!!!

Tornando al percorso del modello integrativo oggi siamo giunti ad un nuovo paradigma, quello delle capacità: capability approach, cioè la possibilità di scelta ed autodeterminazione, che significa: scegliere liberamente della propria esistenza. quali azioni intraprendere, quali piani di vita, quali traguardi da realizzare. Altro non è che la realizzazione del benessere e della qualità della vita delle persone, come si legge nel già menzionato art.1 del D.Lg. 66/2017, e a tutta quella vasta letteratura sui "percorsi individualizzati" e/o didattica innovativa.

Per meglio comprendere ed esperire questo modello di inclusione richiamo la filosofa Martha Nussbaum che ci propone un elenco di capability con cui confrontarci e analizzare le opzioni fondamentali del nostro agire. Altresì Nussbaum ci aiuta a riflettere sul ruolo dell'educazione e su una scuola capace di riformare la società contemporanea (cittadini che pensando e deliberano con la propria testa, accolgono punti di vista diversi, etc. etc. etc).

Concludo con quest'ultima provocazione. Il concetto di inclusione fa appello ad una Comunità scolastica responsabile e autentica nel verificare il proprio operato (RAV) per poter poi, con umiltà, costruire Piani di Miglioramento. Ma solo una valutazione autentica può confrontarsi con le scelte che promuovono inclusione-autodeterminazione per tutti, nessuno escluso, e non è riferito solo agli alunni ma all'intera comunità, altrimenti il rischio che corriamo, nonostante le molteplici attività e compiti adempiuti, è di ascoltare quelle dure e note parole che parafrasate risuonerebbero così: la scuola del nulla!


Nel Piano Colao, documento redatto per promuovere le Iniziative per il rilancio dell'Italia 2020-2022 (del già governo Conte), non poteva mancare un capitolo dedicato al mondo della scuola, dell'università e della ricerca. Proposte di rinnovamento che partono da un'analisi sulla competitività dei nostri studenti rispetto ai loro coetanei dei Paesi OCSE.

Ebbene emerge un gap significativo nei livelli di apprendimento, oltre a quelli interni dove Sud e Isole registrano inadeguati livelli di competenze. Si pensi che siamo al 26 posto -su 28 Paesi membri dell'UE- per quanto riguarda le competenze digitali, livelli bassi nella literacy scientifica (capacità di lettura critica avanzata) e financial literacy, e l'elenco potrebbe continuare, ma già questi tre esempi ci rivelano un particolare quadro dell'intera società italiana su cui riflettere, e per dirla con un'espressione tipica di un governatore regionale: "ragionateci sopra"!

Dunque, da un'approfondita analisi su questi temi nasce la proposta del Piano Colao con quattro azioni e relativi obiettivi; tra questi prenderemo in esame quello di sostenere la residenzialità studentesca per la fascia d'età 14-19 anni (scuola secondaria di secondo grado). Ed ecco che entrano in gioco i Campus, quale luogo naturale per mettere in atto, tra le altre azioni e obiettivi del piano Colao, l'aggiornamento dei raggruppamenti disciplinari e il potenziamento della formazione avanzata interdisciplinare.

Non si tratta quindi di fare della residenzialità una sorta di convitto o "parcheggio" a disposizione di genitori iperimpegnati, bensì il Campus è un modo nuovo di intendere e di fare scuola, è una realtà "a misura" del genio delle studentesse e degli studenti dai 14 ai 19 anni. Realtà già esperita in altre nazioni, celebri il College americano e il modello England. Ma anche in Italia abbiamo interessanti realtà come quella internazionale in Brianza (cfr: https://www.collegecomo.it/index.asp) e il Liceo scientifico Paritario "Empelocle" nella calda Sicilia (https://www.scuolaempedocle.it/liceo/offerta-formativa/liceo-scientifico-empedocle/).

Il Piano Colao indubbiamente dà una strattonata a quel modello tradizionale ormai standio e che perde colpi da tutte le parti, un modello trasmissivo che prevede, nella maggioranza dei casi, studenti seduti sei ore in classe (spesso classi numerose e aule piccole), in modo passivo aspettando di ora in ora che suoni la campanella e si avvicendano i singoli docenti, con gli effetti spesso, di perdita di motivazione allo studio e/o dispersione scolastica (al di là comunque di progetti o attività extracurriculari).

Quello che manca dunque è il protagonismo a tutto tondo dei nostri studenti. Di qui la proposta del piano Colao con i Campus per rivedere l'intera proposta formativa a misura delle studentesse e degli studenti 14-19.

Fondamentale dunque è il mix di ingredienti che favoriscono la svolta. In primis la location e la struttura. Ripensare i luoghi, gli spazi dove stare bene, dove fare, o meglio, dove vivere la cultura e la formazione alla vita non avulsa da un contesto territoriale...globalizzato, e meglio favorita attraverso una piena socialità e vita in comune, dagli alloggi allo studio e allo sport, dal divertimento alle attività ed esperienze condivise, oltre alle biblioteche, aule studio, laboratorio, auditorium, sale per spettacoli, sala mensa e per il ristoro...e residenze degli studenti.

Non più aule anguste ma spazi di bellezza e di benessere che facilitano l'insegnamento-apprendimento e motivano allo studio in una prospettiva orientativa per il futuro della propria carriera (career and Life Counselling).

Il piano Colao intende dare una "spinta" all'autonomia di via degli studenti, come si legge nel documento di 121 pagine (https://st3.idealista.it/news/archivie/2020-06/piano_colao_download.pdf) creando e favorendo le condizioni in collaborazione con le famiglie. Tra queste il "sostegno alla residenzialità studentesca mediante riconversione di alcune strutture alberghiere turistiche o mediante vouchers" facendo entrare nel circuito il sostegno alle famiglie supportando i costi...

Un Piano, quello Colao, che si inserisce nella "società del cambiamento" (come riportato nello stesso documento) e che tenta di dare una risposta che coniuga professionalità, carriera e lavoro come pure benessere e competitività con altri Paesi. Sullo sfondo una nuova visione come esplicitato nei vari punti e da questo breve passaggio: "l'acquisizione di una prospettiva Lifelong, la sperimentazione delle transizioni professionali, interventi di awareness/activation/partecipation per docenti, famiglie, studenti, aziende, mondo del lavoro e policy makers, per la co-costruzione di buone visioni del futuro, dell'innovazione e del rapporto col mercato del lavoro...".

Questo l'intento del Piano che può essere sempre rivisto e riproposto ma soprattutto esperito... alle intenzioni ora bisognerebbero seguire i fatti!

La valutazione-autovalutazione è allo stesso tempo epilogo finale e impostazione iniziale del processo formativo che fonda quel paradigma pedagogico che riporta in primo piano l'alunno quale attore-protagonista della Scuola. Possiamo parlare di valutazione-autovalutazione dunque, solo e soltanto se, l'insegnante è fautore (come colui che fa) della cosiddetta "didattica innovativa".

E se la parola-spauracchio "interrogazione" è messa all'indice già da tempo, la verifica (quale raccolta dati) è limitativa e comunque insufficiente a quell'humus formativo di un intero impianto pedagogico-didattico-metodologico che ha a cuore il "processo" che accompagna la persona nelle sue fasi di miglioramento e che, per realizzare ciò, chiama in campo tutti quegli "attrezzi", strumenti, e metodi necessari come, ad es. le attività di cooperative learning, i compiti autentici e di realtà, i diari di bordo e le rubriche (di valutazione e autovalutazione) nonché quel mondo digitale (PNSD) con i suoi vari tools, strategie etc. etc.

Resta chiaro che tutto ciò è funzionale alla crescita autentica del singolo alunno-persona (e non classe anonima) con un suo proprio "dna" che lo rende unico e originale, con una sua intelligenza, sensibilità, capacità, creatività e affettività (espressione che si concretizza nei "piani" personalizzati e/o nell'analisi degli strumenti di autovalutazione) nonché la complessità di un proprio vissuto.

La recente L.107/2015 con il relativo decreto attuativo - D.Lgs. 62-2017 - in modo chiaro spiega come la valutazione "ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento degli alunni, ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi, documenta lo sviluppo dell'identità personale e promuove la autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizione di conoscenze, abilità e competenze".

Presa di petto la questione richiamiamo quei cardini-chiave che rinviano alla vautazione-autovalutazione:

La comunità scolastica ha un chiaro obiettivo: il successo formativo di ogni singola/o alunna/o, secondo la propria originalità e unicità.

Il nuovo modello educativo-formativo (nuovo si fa per dire -relativo a una "prassi" della scuola italiana consolidata negli anni) ha riportato e ridato all'alunna/o il ruolo di protagonista nella costruzione della propria formazione, e soprattutto la "consapevolezza" di tutto ciò (almeno si spera).

Si è passati dunque da un insegnamento incentrato sul protagonismo del docente -si pensi alla lezione frontale e all'alunno-soggetto passivo quale "contenitore" da "riempire", all'apprendimento che vede l'alunno-soggetto attivo con un ruolo da protagonista del proprio processo formativo. L'insegnante diventa, come ci ricorda Rogers, il facilitatore, colui che "supporta" l'alunno (Lévinas), secondo un'impostazione di "ricerca-condivisione" aperta al pensiero critico -Dewey.

Forse è il caso di ammettere, in tutta onestà, che c'è ancora tanta strada da fare, per essere competitivi con altri Paesi, sarà per questo che sono stati avviati negli ultimi anni piani di formazione a tappeto per tutti i docenti rispondendo all'appello della Comunità europea sulla necessità di una lifelong learning per una qualità della vita orientata al benessere della persona e della società.  

Dobbiamo partire credo da questa domanda: Che significato ha per me studiare, venire a scuola.... insegnare... fare questa o quest'altra cosa e così via. "Il senso lo troviamo - afferma Kretschmer - quando capiamo a che serve qualcosa, per che cosa è buono". Frankl diceva che il senso è primariamente motivazionale: la ricerca di un senso è la motivazione primaria in assoluto.

Non sta avvenendo forse tra i nostri giovani una diminuzione o perdita di motivazioni. Questo spiegherebbe l'aumento dell'abbandono degli studi (dispersione scolastica). Ma anche nel campo degli adulti non sono pochi i malesseri che si vanno registrando a causa di "frustrazioni" per un riconoscimento non proporzionale all'impegno richiesto e della "complessità" del mondo scuola.

Dobbiamo trovare dunque un senso a quello che facciamo, un senso nel "dove" ci troviamo. E non si arriva mai a una conoscenza-realizzazione piena perché l'uomo è in continua ricerca. Il senso non è mai dato definitivamente come pure non esiste un pacchetto preconfezionato uguale per tutti. Il senso è legato al singolo individuo, il senso è personale è dinamico. Ad ogni circostanza della vita muta il mio "trovare" un senso, dare cioè significato a ciò che accade o avviene o scelgo di fare. Per ristringere il campo alla scuola dico che la nostra esistenza (in un aspetto del suo molteplice), "ce la giochiamo" qui, nell'ambito lavorativo in cui ci troviamo, in questo Istituto scolastico e non in un altro, con questi colleghi o docenti e non altri, con questo Dirigente e così via. Per l'alunno e per l'insegnante la scuola è il luogo dove costruire-realizzare il senso e la propria felicità. I pedagoghi Ballauf e Schaller ci insegnano che "nel lavoro si decide la felicità o il fallimento dell'uomo. Nel lavoro l'uomo può realizzarsi rappresentativamente, ma può anche non trovarsi".

Cala il picco della motivazione quando non riusciamo a trovare un senso anche o forse soprattutto nelle difficoltà. Se il clima diventa esasperante perché in classe i compagni non mi accettano o perché l'insegnante non comprende il mio disagio o la mia difficoltà nell'applicarmi, o esasperante per un docente o dirigente perché tra i colleghi si crea astio dovuto a piccole gelosie o invidie professionali, è chiaro che la persona è chiamata a "ri-significare" quella sua presenza in quel luogo per meglio affrontare e superare le difficoltà che contribuiscono a renderlo "infelice". Trovare il senso diventa dunque "vitale" per la propria sopravvivenza ed equilibrio. In questo caso il suggerimento (per gli adulti) è quello di mettere in atto meccanismi di analisi, di confronto e dialogo e di comprensione della complessità delle relazioni e del vivere insieme. Il confronto è il farmaco ideale in questo processo di ri-motivazione. E se questo per un adulto non è scontato o automatico ed è un processo che richiede un grande sforzo (non si spiegherebbero altrimenti le varie nevrosi o iniziative promesse per il sostegno agli insegnanti), ancora più problematico lo è per un adolescente, il "protagonista" principale della scuola, che deve essere guidato, accompagnato e sostenuto. L'alunno è la persona in crescita, bisognosa di una formazione integrale, ha bisogno di essere orientato e non scoraggiato o "tormentato" da modelli educativi-didattici lontani da nuove strutture antropologiche (modelli già in atto in alcuni paesi europei come pure in alcune scuole italiane).

Dovremmo ripensare a un umanesimo integrale che tenga conto della persona nella sua totalità. Spesso si dimentica che chi varca la soglia della scuola (e questo vale per ogni ambiente lavorativo) prima ancora di essere un alunno, un docente, un dirigente o altri è innanzitutto una persona con un proprio carattere, con una propria sensibilità e vulnerabilità, con un proprio background. Ognuno di noi porta con sé una propria storia e vissuto personale fatti di sogni, desideri, di aspettative, di problemi, di disagi, di creatività, come pure di interrogativi, di sofferenze o incomprensioni, etc. etc. Non possiamo lasciare fuori dal portone la nostra "autentica realtà", non possiamo indossare una maschera o essere dei robot, sicuramente questo non deve condizionare la nostra imparzialità ed equilibrio, ma l'educazione passa attraverso la realtà autentica e non artificiosa. Il nostro modello resta sempre quello socratico, il carisma dell'insegnante è quello di "educere" secondo l'arte maieutica. E il giovane in crescita deve sentirsi al centro di questo dinamismo educativo acquisendo così sicurezza e stima di sé. Al senso infatti è strettamente legato il pensiero del valore e della stima di sé. E solo in questa dinamica la persona agisce in maniera responsabile nei confronti propri e della comunità, così come insegna Frankl.

Se riuscissimo a rispettare l'altro stimandolo e riconoscendogli l'unicità e favorendo lo sviluppo delle sue potenzialità avremmo ambienti sereni e produttivi poiché tutti -dal più piccolo al più grande- avremmo trovato motivazione e senso e dunque responsabilità verso se stessi (il dovere dello studio e della professionalità) e gli altri (relazioni costruttive e non distruttive). Insieme per una comunità scolastica "sana" e non "malata".

Ultima modifica ilSabato, 05 Settembre 2015 11:16

Parafrasando Antonio De Curtis, sarei tentata di attribuire al Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Scuola la metafora de "la livella", e cioè un Contratto che livella tutti i docenti senza possibilità di avanzamento di carriera.

Battuta a parte, è questo un problema "tragico" su cui hanno riflettuto voci autorevoli ed è una realtà che attanaglia i docenti italiani che hanno, come unica possibilità di avanzamento di carriera, quella del concorso per Dirigenti scolastici (e/o per Dirigenti tecnici), ma su questo non ci addentriamo perché i "concorsi" in Italia evocano un altro mistero -e non manca una vasta letteratura su diversi fronti, non solo nel mondo della scuola...

Del CCNL richiamo sinteticamente l'art. 36, altra beffa per quei docenti di ruolo che da una classe di concorso vogliono passare, dopo aver investito nello studio e nella professionalità su un'altra classe di concorso e cosa si ritrovano? Uno stipendio base, nonostante una lunga carriera scolastica... con "l'abito" del docente a tempo determinato e tanta mortificazione.... e mi fermo qui tralasciando tutti gli altri aspetti legati al caso. Ed ecco riemergere lo spauracchio del livellamento che abbraccia, nei fatti concreti, e non negli slogan proclamati, l'assenza del merito che fa eco a quanto don Milani affermava: "Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali".

Altra nota infelice nel CCNL è la disuguaglianza retributiva che crea una discriminazione tra docenti (pur avendo gli stessi titoli formativi) delle scuole di primo e di secondo grado. E a questa si aggiungono altre piccole e grandi fastidiose questioni legate al mondo dei precari. Ma riportando l'attenzione sull'assenza dell'avanzamento di carriera ci chiediamo: quali ripercussioni ed effetti causa nella vita e nella professione del docente? A questa domanda rispondono le scienze umane che ci parlano di un malessere correlato a frustrazione e disagio, che a lungo andare provoca la perdita della "motivazione", cioè di quella forza vitale che si esplicita nella domanda: perché ci impegniamo a fare quello che facciamo? Perdita di motivazione e "burnout" è la conseguenza di un CCNL che non mette al centro il docente quale risorsa preziosa per la crescita di comunità capaci di rinnovarsi attraverso la forza della cultura. In un interessante articolo a firma di Ada Bier (sulla motivazione dell'insegnamento in CLIL) si legge che "quanto più il contesto sociale esterno aiuta l'individuo a soddisfare i tre bisogni innati di autonomia, competenza e relazione, tanto più questi sarà proattivo, in grado cioè di padroneggiare le sfide sia interne che esterne, e dimostrerà una tendenza allo sviluppo ottimale, ossia verso la crescita e il funzionamento integrato (Deci, Vansteenkiste 2004)".

Il presente articolo ha lo scopo di evidenziare una questione atavica. Vuol essere non una mera denuncia o ammissione di rassegnazione, ma ha l'intento di risvegliare quella consapevolezza assopita dalla prassi e dalla "stanchezza" auspicando una coscienza critica verso un "sistema" che può essere rinnovato. Quello che manca molte volte è la volontà a "mettere mano" ad una organizzazione e gestione che chiede analisi e approfondimento delle questioni che potrebbero portare a delle scelte e a delle possibili soluzioni, magari frutto di condivisione partecipata. Non dobbiamo mai dimenticare che le leggi e i regolamenti scaturiscono da una comunità che ha come obiettivo finale il benessere, frutto di equità -in tutto questo processo mi chiedo anche che ruolo e presenza hanno i sindacati?

Scarsa retribuzione e scarso riconoscimento sociale e assenza di avanzamento di carriera dunque, possono tradursi e rinviare, "forse", ad un'analisi legata a scelte politiche. Noi docenti, che possiamo autodefinirci "cirenei" della scuola, continuiamo a non far mancare un appello continuo alle Istituzioni preposte affinché si possa rendere concreta la speranza in una società che cresca in democrazia e che favorisca l'autodeterminazione. Perché non pensare ad una struttura "multilivello" che permette l'avanzamento di carriera, così come avviene in Francia, Regno Unito, Svezia e in quasi tutti i Paesi dell'est europeo.... E speriamo solo di non poter dire: ai posteri l'ardua sentenza!

C'è una sorta di mantra che chi vive la scuola, a partire dai docenti, conoscono senza fare sforzi di memoria, e cioè che tutte le discipline concorrono alla formazione dell'uomo e del cittadino. Concetto richiamato nella recente Legge 92/2019 relativa all'educazione civica, dove nell'art. 1 comma 1 si legge che "Ogni disciplina diventa parte integrante della formazione civica e sociale sviluppando la capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civica, culturale e sociale della comunità".

In questo "quadro" di formazione dell'uomo e del cittadino si inserisce anche l'IRC (insegnamento della Religione cattolica) che pur avendo una sua particolare storia (in quanto facoltativa, come da revisione dell'84 del Concordato) gioca un ruolo fondamentale in perfetta sinergia con tutte le altre discipline.

C'è una "bellezza" in questa ora di lezione, pur nella sua atipicità, che per poter esprimersi nella sua pienezza ha bisogno di abbattere il muro del pregiudizio. E' l'ora del dialogo per eccellenza, della conoscenza e del confronto e non "si occupa di suscitare la fede ma dell'aspetto culturale della religione", come viene precisato nei testi scolatici fin dalle prime pagine. I Vescovi italiani nel recente messaggio rivolto agli studenti che devono scegliere se avvalersi o meno dell'IRC affermano: "Crediamo che il valore del dialogo sereno e autentico con tutti debba essere un traguardo importante da raggiungere insieme. Avvalersi, nel proprio percorso scolastico, di uno spazio formativo che faccia leva su questo aspetto è quanto mai prezioso e qualifica in senso educativo la stessa istituzione scolastica". E nel richiamare le indicazioni didattiche dell'IRC i presuli sottolineano l'importanza della "partecipazione al dialogo autentico" e "l'esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e pace".

Questa "ricerca" poi avviene in un intreccio multi-pluridisciplinare perché non si può parlare di storia, di letteratura, di arte, di cibo, di diritti, di nomi, di strade, di architettura, di relazioni, di problematiche sociali, di scienza, etc. senza che nulla di ciò resti indifferente a quell'uomo "animale" sociale e religioso.

Le tante discipline promuovono la missione della scuola che è "di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello - come afferma Papa Francesco durante il discorso al mondo della scuola italiana nel 2014 -. Perché lo sviluppo - dice - è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l'intelligenza, la coscienza, l'affettività (...) questi elementi ci fanno crescere (...). La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita".

L'ora di Religione dunque è l'ora della "sperimentazione" della bellezza dell'umano attraverso percorsi formativi ricchi e sempre aperti alla riflessione, alla ricerca... Ma la realtà a volte va in altra direzione. Quando si costruisce il muro del pregiudizio allora diventa tutto più problematico e difficile. A partire dalle stesse famiglie che pur scegliendo l'IRC, si lasciano condizionare da stereotipi e screditano l'importanza di quell'ora con la conseguenza, soprattutto tra i più grandi, di un atteggiamento consolidato di scarsa partecipazione. Sono tante le testimonianze di pregiudizi. E se da una parte la famiglia non aiuta e avvalora l'atteggiamento dei figli, dall'altra l'ostilità la si trova nello stesso ambiente scolastico. E così all'insegnante di RC vengono chiesti i "superpoteri", perché oltre ad un grande "carisma" per animare, motivare, deve indossare gli abiti di altre molteplici professioni e funzioni.

Ovviamente la scuola è una realtà molto complessa e spesso non hanno vita facile neanche le altre discipline. E qui poi si aprirebbe un capitolo -e non è questa la sede- rispetto alle nuove metodologie e a un nuovo impianto laboratoriale-interdisciplinare per un "ripensamento" della scuola "a misura" delle nuove generazioni, soprattutto poi per quegli istituti più problematici.

Certo, non mancano esperienze di grande positività e "buone pratiche" nelle scuole di ogni ordine e grado ma il docente IRC si trova sempre in una situazione "diversa" (voto differente, intero impianto organizzativo e di gestione, etc. etc.), e per certi versi "usurante"... L'intento della presente riflessione comunque è quella di sottolineare la bellezza di questo insegnamento e dei suoi docenti che insieme a tutti gli altri concorrono "alla crescita relazionale e affettiva delle alunne e degli alunni, attraverso il loro coinvolgimento attivo, e valorizzando il loro protagonismo, in tutte le tappe del processo educativo" (dalle Indicazioni Nazionali -2012). Un processo che continua se abbiamo creato le condizioni per imparare ad imparare. Un segreto che aiuta a "rimanere una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava - a parlare è sempre Papa Francesco nel già citato discorso - anche un grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani". L'invito del Pontefice è quello di essere insegnanti sempre aperti ad imparare per avere "un pensiero aperto, incompiuto, che cercano un di più, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti".

"Chi sa guardare più indietro nel passato, saprà spingere lo sguardo più lontano nell'avvenire". Era il credo di Winston Churchill che viene riproposto nelle pagine introduttive dell'ultimo saggio di Michele Pinto la "Scuola Maestri Società nella Basilicata liberale" -titolo della sua ultima pubblicazione, 2021, per l'edizione Villani. Un motto che l'autore ha fatto suo tanto da spingerlo nella ricerca continua e nella pubblicazione di saggi storici, e in particolare sulla scuola lucana.

Pinto è un "maestro" sagace, la sua ricerca storica è "presentata" con uno stile narrativo carico di riflessioni capaci di stimolare la curiosità, le domande..., mette nelle condizioni il lettore di leggere la storia passata per sentirne il peso di quella attuale e nello stesso tempo puntare lo sguardo, di churchilliana memoria, "più lontano nell'avvenire".

Michele Pinto è stato un docente della Basilicata. Poi un Dirigente scolastico e infine continua ad essere un formatore. Un impegno per e nella scuola che gli è valso, da parte del Presidente della Repubblica nel 2012, l'alta onorificenza di "Cavaliere al merito della Repubblica".

In quest'ultima pubblicazione (228 pagine), l'autore analizza il periodo storico che va dalla proclamazione del Regno d'Italia ai primi anni del Novecento (ma non manca un excursus sull'alfabetizzazione che conduce alla recente Legge 107/2015 e ai suoi decreti attuativi del 2017) e del ruolo che assunse l'istruzione nella rinascita degli italiani comprese le classi sociali subalterne del Sud contaminate da un analfabetismo dilagante.

Questioni sociali, economiche e culturali che si intrecciano con una visione politica "in special modo nel Meridione", come puntualizza Pinto nella introduzione, che tendeva a lasciare i sudditi nell'ignoranza per timore che l'istruzione procurasse poi rivolte e "violente reazioni". E quindi si fa strada una istruzione popolare essenziale da una parte (leggere, scrivere e far di conto) e lasciata al caso dall'altro (volutamente disattese le indicazioni della legge Casati), e comunque trova terreno fertile la diffusione dell'istruzione, tra donne e uomini di buona volontà -dal mondo dell'associazionismo- ma anche la stampa scolastica, nella Basilicata su tutti "L'Educatore Lucano", periodico stampato a Rionero in Vulture.

Pinto richiama i nomi dei maestri che diedero una impronta significativa così come gli ideatori e realizzatori della Biblioteca popolare circolante e dell'Università Popolare (le prime a sorgere in Basilicata). Da Rionero in Vulture parte l'iniziativa editoriale a sfondo pedagogico e scolastico che uscì dai confini territoriali e contribuì nel dibattito del Paese sulla scuola.

Le origini rioneresi dell'autore lo guidano con particolare passione e determinazione nella narrazione certosina, di come, ad es., nei numeri del giornale scolastico "L'Educatore Lucano" (pubblicati dal 1881 al 1883) fanno eco anche le vicende regionali e nazionali. Di come la regione fu colpita dall'emigrazione, sulla lingua nazionale, sulla funzione dell'associazionismo...giusto per citarne alcune.

Particolare attenzione poi è dedicata a quegli intellettuali rioneresi, in primis Giustino Fortunato, che contribuirono -affiancando due grandi maestri Solimena e Plastino- ad una seria riflessione e ripensamento sulla formazione-aggiornamento culturale e relativo reclutamento dei maestri ...

Pinto coglie il clima e la volontà di quel periodo storico di "rinascita" di un sud, e nello specifico di una terra lucana lasciata arretrata e isolata nella sua povertà: istruzione da una parte dunque, e voglia di riscatto materiale e spirituale dall'altra.

E avverrà poi realmente questo riscatto con la partecipazione della Basilicata all'Esposizione nazionale di Torino, come pure la realizzazione delle prime linee ferroviarie nonché della stessa venuta del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Zanardelli? Bene afferma nella prefazione Gerardo Antonio Pinto (già Dirigente tecnico Miur): "Questa consapevolezza del passato e del suo rapporto col presente, e perché no, con il futuro, potrebbe servire anche ad innescare un processo virtuoso volto a ridurre la distanza e la frattura fra le zone più avanzate del Paese e le zone più fragili (...) e a contrastare l'emergenza di una nuova Questione Meridionale, segnata da un maggior rischio di dispersione e povertà educativa".

A questo punto credo debba fermarmi sperando di aver "solleticato" quella curiosità e desiderio di rileggere "con" Michele Pinto, una pagina di storia forse non tanto distante e con delle analogie legate alla situazione odierna... Buona lettura!

Nell'anniversario della sua morte (2 novembre 1975) voglio rievocare il poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e giornalista: Pier Paolo Pasolini.

Che ne abbiamo fatto del suo messaggio? Del suo essere critico perché attento lettore della realtà e perciò anche profetico? Nel luogo per eccellenza della formazione, qual è la Scuola, che risalto gli abbiamo dato? Su tutto il territorio nazionale numerose sono le istituzioni scolastiche che portano il suo nome, e anche noi in Basilicata ne abbiamo una: il il liceo scientifico Pier Paolo Pasolini di Potenza.

Noi lucani dovremmo essere particolarmente fieri di questo "artista" anche perché scelse per Il Vangelo secondo Matteo i luoghi della Basilicata: Barile, Lagopesole e Matera.

Ma la questione è che i nostri studenti non ne conoscono la sua arte, il suo pensiero ....-almeno per i canali scolastici!

Il suo messaggio è stato ed è tuttora provocatorio e attuale per le nostre giovani generazioni. Ma anche per noi educatori, su quanto possiamo fare nell'accompagnare le giovani generazioni nella loro formazione e crescita umana sapendo che la cultura è l'unica sfida e autentica via per costruire personalità sane in vista di una società pacifica.

Alcune sfide che trovo in Pasolini, e che condivido con voi:

1.La sfida dell'educare...anche alla luce della "Buona scuola"

La scuola è il luogo dove affidiamo i nostri figli e dove questi devono sentirsi accolti in una comunità includente - che non sostituisce la famiglia - ma che è sua alleata. Cosa possono e devono fare i docenti? Cito Pasolini: "Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo (...) Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere - partecipi, infervorati - e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell'indifferenza (...) Bisogna tener conto in concreto delle contraddizioni, dell'irrazionale e del puro vivente che è in noi (...) Può educare solo chi sa cosa significa amare" (in Romans ).

E in questa prospettiva pedagogica (data anche dall'esperienza del Pasolini insegnante) il docente e la scuola tutta deve creare le condizioni affinché l'alunno - soprattutto chi vive un particolare disagio - deve sentirsi accolto per quello che egli é.... E sull'unicità vocazionale di ogni alunno, Pasolini ha in un certo qual modo anticipato quelle che sono le nuove indicazioni della scuola:, un percorso individualizzato che getta le basi per un nuovo modo di fare scuola aiutando l'alunno a scoprire "qual è la sua vocazione più autentica e farla diventare una passione fine a se stessa"...proprio secondo quell'anticonformismo pasoliniano.

2.La sfida dei valori

I nostri figli li possiamo definire "vittime" (e noi con loro) di una società consumistica fortemente criticata da Pasolini, che ci tratta come merce. Oggi quella critica sembra risuonare fortemente: un "edonismo consumistico - sono le parole di Pasolini - diffuso e incoraggiato nella società dai mass-media, dalla pubblicità, dai rapporti competitivi interpersonali. L'edonismo travolge e sostituisce ogni altro valore del passato...". Per Pasolini è la televisione che "intontisce" le menti...allettandoli con programmi stupidi....e rende "i giovani nevrotici, infelici e appunto criminali...". Pasolini sul Corriere della Sera nel 1975 scrive: "E' stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore)".

Anche Popper anni dopo parlerà della televisione in termini di "cattiva maestra" per la violenza vista nei vari programmi che influenza i comportamenti dei giovani e dei bambini. Oggi alla TV potremmo aggiungere il mondo della rete in generale. Senza voler fare demonizzazioni, resta comunque il fatto che le statistiche di questi giorni ci dicono di una permanenza esagerata da parte dei ragazzi davanti la TV.... con tutte le conseguenze del caso -dall'obesità infantile alla perdita della creatività e fantasia...oltre all'emulazione di comportamenti violenti...così come ci spiegano gli esperti.

3.La sfida dell'onestà intellettuale

La scuola deve educare a saper dire la verità, ad essere uomini liberi, insegnare a sviluppare la capacità critica, a non lasciarsi intrappolare in ideologie...di qualsivoglia natura. Pasolini ci insegna che attraverso l'esercizio della libertà e della capacità critica è possibile avere degli ideali, e solo così si possono sconfiggere, allora come oggi, atti vandalici e di criminalità o di violenze piccole e grandi da parte dei giovani. La Buona scuola favorisce e promuove questo percorso di continua ricerca che attiva la curiosità e aiuta a sviluppare il senso critico da parte degli alunni.

4.La sfida ad una partecipazione attiva-reale a tutto ciò che ci circonda

Un rischio per le nostre giovani generazioni è quella dell'alienazione dalla realtà. Pasolini era innamorato della vita ed era presente alla sua storia, dice di se stesso "Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace..." (nell'art. Io so sul Corriere della sera del 14 novembre 1974).

Ma c'è una strada che può aiutare i nostri studenti a recuperare e potenziare una maggiore consapevolezza del proprio sé e dell'ambiente in cui vivono, e questa strada è la poesia. Pasolini poeta ci insegna tutto ciò perché la poesia ci rende presenti, educa a saper guardare e dialogare con se stessi e con la realtà...

5.Infine la sfida per eccellenza, che sintetizza tutte le altre: la sfida della cultura.

La cultura "salva" le comunità. La storia ce lo insegna! Pensiamo -ahimé- alla cronaca degli ultimi tempi e agli appelli da parte del presidente Mattarella e di tutto il mondo intellettuale a promuovere la via della cultura per sconfiggere la violenza.

Pasolini diceva a una ragazza: "Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura".

Le armi della cultura combattono ogni fanatismo, educano alla meraviglia e alla bellezza. E Pasolini aggiunge che solo con la cultura è possibile la felicità, così come insegna all'immaginario giovane partenopeo, Gennariello.

La cultura salva le comunità e le singole vite che altrimenti rischierebbero di svuotarsi e di attingere alla fabbrica della morte. Pasolini diceva che "la droga viene a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura", un vuoto esistenziale, una "paura del futuro".

Chiudo con le parole di Enzo Biagi che così definiva Pasolini: "un grande poeta, un grande artista che si batteva per rendere questo mondo più giusto, più libero, più aperto...". E questo vuol essere anche un invito per tutti noi!

Ultima modifica ilMercoledì, 02 Novembre 2016 20:57

(editoriale dal sito: https://www.lapretoria.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=3367:2-novembre-1975-ricordando-pier-paolo-pasolini-solo-con-la-cultura-e-possibile-la-felicita&Itemid=123)

QUEL SUPPLEMENTO D'ANIMA PER UN MIDDLE MANAGEMENT DI SUCCESSO

"Educare la mente senza il cuore non è educare". E' quanto ci ricorda Aristotele ed è un monito vitale per chi come professione ha scelto di "vivere" la scuola. Ed è proprio questo monito il supplemento d'anima che deve "regnare" nel middle management.

Obiettivi da raggiungere attraverso una pianificazione e progettazione con la valorizzazione di tutte le risorse che la scuola-comunità dispone. Professionalità e competenza, efficienza ed efficacia, promozione del merito. Questa la natura della struttura intermedia tra direzione-comunità scolastica e gli stakeholders. E' il middle management all'azione. Pronti e sull'attenti per promuovere qualità e raggiungere quell'obiettivo che è proprio dell'istituzione-scuola e cioé la formazione dell'uomo e del cittadino.

Ma che non accada quanto diceva Totò a proposito di quelli che si "montano la testa e se la montano pure male". E cioè stiamo attenti a non perdere di vista, in nome di un efficientismo arido, il motore di tutta la scuola-comunità che è l'umanità profonda, prodotto di una educazione culturale che forma al rispetto, all'alterità, all'accoglienza, al bene, alla comprensione, all'ascolto, al dialogo, all'umiltà e a quella pietas che ha segnato nei secoli il punto più alto della "civiltà" dell'uomo.

Se perdiamo questa bussola usciamo tutti sconfitti. A nulla servono i numeri, le attività e il resoconto in "attivo" (almeno quello formale) se nell'aria si respira disagio e malessere e se manca la comunicazione autentica.

Che modello di società trasmettiamo ai nostri allievi? Come si può pensare di costruire relazioni che creano altre relazioni e producono collaborazione e stimoli per dare il massimo e il meglio di sé? Come fondare una società inclusiva e pacifica se nel "piccolo" non ne siamo capaci?

In fondo si parla di quelle qualità che una vera leadership dovrebbe avere e che vengono racchiuse nella tanto invocata "empatia".

Le grandi Aziende lo sanno bene che il loro successo (e non hanno per scopo la fraternità) necessita di uno sostrato di "benessere" dei dipendenti perché lavoreranno con maggiore creatività e impegno. E se questo è vero per un'azienda quanto più per la comunità scolastica che "forgia" futuri cittadine e cittadini per un mondo "a misura d'uomo".

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